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La salute mentale, di chi lavora e di chi non lavora

Marco Cavallo

I risultati di alcune ricerche sullo stato della salute mentale nella popolazione in generale e fra le lavoratrici e i lavoratori in particolare

Se c’è un tema che continua ad essere pericolosamente ignorato dal dibattito pubblico è quello della salute mentale, forse perché ce n’è veramente poca anche ai vertici di chi ci governa. Una delle ultime ricerche ne ha messo in evidenza le ricadute anche sul piano più squisitamente economico; ha sottolineato cioè quanto poco convenga trascurarla, anche per via delle ricadute sulla produttività e sul sistema del welfare. Mi sto riferendo ai dati dell’ultima edizione dell’European Working Conditions Survey (Ewcs), recentemente divulgati dai giornali. Si tratta di una ricerca che si svolge ogni cinque anni e che restituisce un quadro molto completo sullo stato della salute mentale nei lavoratori europei, coinvolge 35 paesi e migliaia di soggetti intervistati, valutando in particolare il legame fra salute e lavoro. Il disturbo che ultimamente ha raggiunto picchi sempre più elevati è quello d’ansia, che nel 2024 ha toccato il 20,7 per cento, andando a interessare alcune categorie in particolare come quella delle donne e dei giovani fra i 26 e i 29 anni. Quello che racconta quest’indagine non è una diagnosi clinica ma una percezione avvertita dagli intervistati. Ci sono naturalmente delle cause soggettive, ma anche una serie di dimensioni condivise da chi ammette di non star bene sul posto di lavoro. A colpirmi è il numero elevato di cause psicosociali, come la cattiva qualità delle relazioni professionali, il vissuto di solitudine percepito sia rispetto ai colleghi che rispetto ai superiori, le scarse gratificazioni percepite e il poco grado di autonomia. Il quadro non è più incoraggiante se prendiamo altre ricerche ancora più recenti, come l’Axa Mind Health 2026; anche in questo caso emerge come il lavoro sia un catalizzatore di stress e disagio psicologico, mentre solo il 15 per cento degli italiani si trova in uno stato di pieno benessere.

Alcune chiavi di lettura sui significati dei dati sopra esposti, i disturbi clinici più diffusi e le loro possibili cause

Ma proviamo un po’ a interpretare i significati di questi dati e soprattutto a proporre una lettura d’aiuto per chi si trova in una condizione di malessere, o anche semplicemente di desiderio di maggior benessere. Occupandomi di relazioni d’aiuto da molti anni ho constatato con mano quello che la letteratura scientifica afferma con un gergo molto tecnico e che invece possiamo tradurre in parole abbastanza semplici: il sintomo è il luogo di una soggettività negata e dove la soggettività dell’altro si nega. Il disturbo d’ansia ha un quadro sintomatologico fra i più diffusi, lo sappiamo anche senza riferirci alle ricerche di cui sopra; chiunque di noi viva nella realtà ne sente parlare, se non sente la sua ansia dargli fastidio, ci sarà sicuramente qualcuno a parlargli della sua. Questo problema così frequente, così come altri stati nevrotici, senza andare ad indagare cronicizzazioni più serie su cui il discorso si farebbe più complicato, è a mio avviso una sentinella ormai strutturata del malfunzionamento della società contemporanea. Non a caso queste condizioni di disagio, ognuna certo con le sue specificità, colpiscono trasversalmente tutti gli strati della popolazione.

Il tema della precarietà affettiva nella società contemporanea ed un’idea di cura per star bene pienamente

C’è un vissuto di incertezza e di instabilità che non colpisce solo le aree marginali della popolazione, ma tocca tutti gli ambienti. Il tema è evidentemente quello della precarietà affettiva, che purtroppo è diventata la base relazionale con cui ci si muove nel mondo, così i disturbi più diffusi, ansia, fobie, stati depressivi, ci parlano di un generale modo di vivere che va in direzione esattamente contraria al benessere individuale. Ricordiamo la pluricitata definizione di salute mentale dell’OMS: “una condizione di benessere nella quale l’individuo realizza le sue proprie abilità, può gestire gli stress normali della vita, può lavorare in modo produttivo e fruttuoso ed è in grado di dare un contributo alla sua comunità.”. E anche questa è una descrizione molto semplice e lineare, viene da affermare molto banalmente che star bene sarebbe facile se vivessimo in una comunità che lo favorisce. Che strumenti abbiamo davvero per essere felici se abitiamo in un mondo che ci rema contro? Le armi della psicologia e dei vari approcci terapeutici e di counseling sono inevitabilmente spuntate se alla base non c’è una volontà, un pensiero ribelle oserei dire, una filosofia di rinascita. Non ci sono tecniche e metodi di cura validi se la reazione allo star male è cercare di sedare i sintomi che si sentono; una delle pratiche più scorrette vede per esempio una percentuale altissima di persone ricorrere al fai da te psico-farmacologico. Ecco, prima di rivolgersi ad uno psicologo, ad uno psicoterapeuta, a un prete, a uno sciamano, a chicchessia, ci vuole un preciso atto di volontà; quella di esserci, di esistere, di osare essere felici. Da qui poi, qualsiasi linguaggio d’aiuto si preferisca, qualsiasi strada si scelga, sarà tutta in discesa.