Il racconto caldo di un’isola, la sua gente e la descrizione autentica di problemi di generale interesse umano
Esattamente cento anni fa Grazia Deledda vinceva il Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in modo plasticamente chiaro la vita della sua isola di origine e con profondità e calore tratta problemi di generale interesse umano”. Già questa spiegazione contiene moltissimo della psicologia che Grazia Deledda ha rappresentato nei suoi romanzi. I temi sono tanti e tutti profondi, nati da un legame fortissimo con la Sardegna a cui è riuscita come poche a dare voce, precorrendo delle vere e proprie questioni psicoanalitiche. Una di queste è per esempio il legame tra psicologia, ambiente e destino; è riuscita, attraverso il racconto di storie senza tempo, a narrare di un’isola arcaica e selvaggia che rivela anche nelle dinamiche relazionali qualcosa che la riguarda ancora oggi. Mi interessa scriverne perché è anche una questione di cura cogliere il legame presente fra i grandi autori e i loro testi; è una relazione, un modo di stare al mondo che modella delle identità. Riuscire a sentire ciò che ci forgia, il sapere condiviso da cui proveniamo, è un passaggio evolutivo e trasformativo importantissimo in un percorso terapeutico. Dentro i libri di Grazia Deledda, per esempio, è difficile che un sardo/una sarda non riconosca le rigidità e le coazioni a ripetere in cui ci si può sentire ingabbiati molto presto in quella terra.
Le donne nei romanzi di Grazia Deledda
Donne forti e al tempo stesso fragilissime abitano i libri di Grazia Deledda, vestali misteriose in un mondo in cui sono gli uomini a potersi esporre, ed in cui evidentemente anche la psicologia femminile della scrittrice ha fatto fatica, tanto da ricercare attraverso i suoi scritti una forza liberatoria che dentro la sua Nuoro non era evidentemente possibile trovare. Sono donne che parlano con i loro silenzi, con gli atteggiamenti composti ma evocativi, attraverso i loro movimenti, i loro abiti, le mezze parole e i tanti non detti. Da tutto ciò si coglie l’inconscio collettivo di un popolo e di una terra che continua ad esistere nella sua autenticità a dispetto delle finte vetrine estive. Questo aspetto mi interessa mettere a tema, ovvero la potenza della letteratura nell’esprimere autenticamente l’identità di una terra; è da questi approfondimenti, decisamente poco artificiali, che si può ancora sperare di nutrire il racconto.
I temi trattati nei suoi romanzi sono grandi questioni psicoanalitiche tuttora molto attuali
In un recente saggio dal titolo Grazia Deledda e il lettino dello psicoanalista, la neuropsichiatra Franca Carboni ha analizzato attraverso la lente psicoanalitica tutta la produzione della scrittrice sarda. Ha mostrato come i grandi temi che vengono fuori sempre da una terapia che funziona siano tutti presenti nei suoi romanzi che, ricordiamo, risalgono ad un’epoca precedente a quella della diffusione di massa della psicoanalisi in Italia. Primo fra tutti il protagonista è l’inconscio deleddiano, una sorta di giudizio sospeso che alimenta le inquietudini dei vari personaggi, spesso ne determina le devianze in una ricerca poco consapevole verso la soddisfazione di desideri e ambizioni, in un mondo in cui a farla da padrone sono spesso il senso di colpa e il senso del tragico. Del suo vissuto di isolana emigrata a cercare fortuna Deledda ha messo moltissimo, narrando anche complessi funzionamenti familiari, con le loro ricadute personali, e dando perciò un senso moderno anche ai ritratti più antichi e caratteristici. Questa capacità, che le è stata riconosciuta, fa di lei ancora oggi un’interprete credibile di quegli stati d’animo che neanche gli orpelli più artificiosi possono cancellare. Forse oggi la madre dell’omonimo romanzo non farebbe gli stessi movimenti per un figlio prete, forse il suo legame simbiotico si vedrebbe meglio con un figlio gay, ma quel suo modo di parlare e non parlare appartiene all’esperienza collettiva di tante persone.
Io trovo che questo sia stato il merito più grande di Grazia Deledda; aver messo in parola ciò che ciascun sardo/a ha vissuto, magari non direttamente, non in prima persona, ma anche solo per sentito dire; perché la Sardegna è un’isola a sé, la parte non ancora del tutto esplorata di un mondo millenario che qualcuno, anche grazie alla grande scrittrice nuorese, continua a raccontare.

