Il film Zustissia, il trauma psichico della privazione della libertà e l’abisso emotivo dell’ergastolo
È recentemente uscito al cinema il film Zustissia sulla storia di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo assolto nel 2024 dopo quasi 33 anni di ingiusta detenzione. Si tratta del più lungo e clamoroso errore giudiziario italiano. Questa storia rappresenta, se pur nella sua drammaticità, una vittoria umana fatta di integrità e dignità contro la violenza dello Stato, ovvero il massimo rappresentante della Legge e della Regola. La vita da libero cittadino di Zuncheddu si è interrotta nel 1991 quando, accusato di essere l’autore della strage di Sinnai, è stato traumaticamente privato della libertà e scaraventato nell’abisso, anche emotivo, dell’ergastolo. Difficile immaginare le ricadute interne che possa avere una rottura così importante: l’istituzione statale che dovrebbe rappresentarci e contenerci, incarnare il codice paterno e rassicurante della Legge. si è trasformata kafkianamente in un mostro persecutorio.
La salute mentale non è il possesso di un insieme di tecniche, ma la comprensione profonda delle proprie istanze interiori
Stiamo descrivendo evidentemente un trauma psichico enorme a cui Zuncheddu ha risposto scegliendo comunque la vita. Quest’uomo, di cui abbiamo ascoltato tante interviste, ci colpisce per varie ragioni, e tutte riportano ad un denominatore comune che potremmo chiamare resistenza psichica. Qualcosa di ancora più profondo e strutturato rispetto a quella resilienza che viene spesso citata. La salute mentale, infatti, non è un insieme di tecniche volte alla positività ad ogni costo, è piuttosto uno stato semplice, misterioso e assolutamente soggettivo di accettazione e comprensione delle proprie istanze interiori. Uno stato che tende all’evoluzione perché ci vede desideranti, ma che al tempo stesso prende consapevolezza del limite con l’obiettivo di superarlo. Così Zuncheddu ha spesso raccontato di momenti molto intimi in cui, chiuso in una cella, coglieva da lontano voci e suoni dal mondo libero. Li teneva e custodiva dentro di sé come un richiamo alla vita, a cui si è aggrappato, traendone forza e pulsione vitale proprio in uno dei luoghi più cupi e ombrosi della nostra società, il carcere appunto. Con la stessa caparbietà ha rifiutato comode scorciatoie che lo avrebbero portato alla libertà fisica sicuramente molto prima di quanto sia avvenuto, ma che ne avrebbero compromesso l’identità e la preziosa integrità dell’io.
Una storia fatta di fatta di forza vitale, consapevolezza di sé e solidità interiore
Che storia quella di Beniamino Zuncheddu! Nessuno ancora si è scusato con lui per avergli rubato 33 anni di vita, ma è grazie alla tenacia di un bravo avvocato che il suo percorso travagliato ha avuto un lieto fine. Quando gli hanno chiesto come mai secondo lui siano riusciti ad incastrarlo senza nessuna prova, ha risposto che gli è toccato in sorte perché era il più fragile. Quest’uomo, escluso dalla società con un atto di forza brutale e prevaricatorio da individui malvagi, testimonia oggi a nostro avviso un punto molto alto della libertà umana.
La sublimazione delle proprie ferite e del dolore, la possibilità di farne una possibilità educativa per i giovani
Ora quest’uomo fragile e al tempo stesso fortissimo è libero; dalla sua storia ne è nato un libro e adesso anche un film. Rilascia interviste, racconta del difficile adattamento ad un mondo cambiato, stravolto rispetto a quando era iniziata la sua detenzione. È sicuramente la più sana delle cure di sé quella con cui si sublimano le ferite e i dolori trasformandoli in arte e ironia. Anche di quest’ultima Zuncheddu sembra essere molto dotato. All’esterno, come lui stesso ha dichiarato ha trovato una società veloce, ipertecnologica e stressatissima, irriconoscibile per chi se l’era lasciata alle spalle negli anni ’90. C’è sempre un rischio però quando si dona e si espone al mondo esterno una parte molto interiore e ferita di sé, speriamo che Zuncheddu ne sia consapevole perché sarebbe veramente un peccato se tanto dolore e tanta forza venissero anche solo vagamente superficializzati. Il rischio è quello di permettere a chi, magari anche molto edotto e acculturato me non per questo meno malvagio, usi e manipoli la sofferenza degli altri. Si spegneranno poi infatti i riflettori, i registi passeranno ad altri film e i giornalisti ad altri fatti, e forse sarà proprio allora che Zuncheddu avrà l’onere e il privilegio di continuare a raccontarsi e a raccontarci il senso profondo e buono che è riuscito a trovare in mezzo ad un’ingiustizia assurda. La sua storia secondo noi andrebbe portata nelle scuole tenendo laboratori di cittadinanza attiva, dal carcere spesso arrivano documenti vivi di educazione civica. Ma questa di Beniamino Zuncheddu è davvero meravigliosa, una pagina sublime ed eccezionale di speranza umana.

