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Ansia e scuola, un binomio non necessario

Ansia e scuola

Il mondo della scuola come dato clinico-sociale. Un pianeta complesso e affascinante, un camaleontico e sempreverde oggetto transizionale.

Anche i muri sanno che da circa due settimane è ripartita la macchina della scuola in tutta Italia, e già questa ridondanza informativa a cui non segue il complesso intervento progettuale che sappiamo essere urgentissimo è, a nostro avviso, un dato clinico-sociale. Il mondo della scuola, infatti, a parere di chi scrive, alla luce della conoscenza pluriennale condivisa che ne ha, in particolare delle scuole secondarie di secondo grado, è un pianeta variegato, complesso, affascinante e disastroso al tempo stesso. Chiunque di noi, crediamo, può avvertirlo come un camaleontico e sempreverde oggetto transizionale con cui relazionarsi.

Stare a scuola riattiva spesso ferite narcisistiche, può far provare ansia ma proprio per questo è una straordinaria e insostituibile occasione di crescita e di emancipazione.

Tutti abbiamo il ricordo di quel primo giorno, lontano o vicino che sia, in cui ci siamo separati sul serio dai nostri genitori per entrare ufficialmente nella dimensione delle regole. Stare seduti al banco, fare delle attività che venivano valutate, ascoltare e rispettare le indicazioni di un adulto che non è né mamma, né papà e magari provare una strana e indecifrabile sensazione ad avere così vicino tanti altri pari, non necessariamente tutti simpatici. Questo è un po’ tutto materiale da ferita narcisistica, che si imprime nella mente e lascia chiaramente un segno anche quando da adulti la scuola torna nelle nostre vite. E lo fa perché diventiamo genitori, e/o insegnanti, e/o operatori del sociale, ma soprattutto perché nel ruolo di adulto è connaturato l’attributo dell’educare, sia che ne siamo consapevoli oppure no. Sarebbe meglio capire però queste dinamiche per saperne di più di noi stessi e delle persone che abbiamo vicino, a cominciare da quelle che amiamo naturalmente. Difficile cogliere altrimenti molti meccanismi che capitano intorno a noi. Senza addentrarci nei fatti di cronaca più tristi vediamo sempre più un corto-circuito che non sembra finire, dove proprio quell’incontro fra generazioni e ruoli diversi, che è sempre stata la scuola, oggi è un faticoso miscuglio di regole, deroghe, infrazioni e pericolose derive buoniste. Proviamo a spiegare meglio questo concetto, che è poi il motivo e il titolo di quest’articolo.

Non solo le scuole periferiche ma anche le migliori istituzioni cittadine evidenziano una serie di dinamiche relazionali complesse di cui è importante sapersi prendere cura.

Partiamo da dati di osservazione che non riguardano soltanto le scuole “difficili” delle periferie, ma anche le migliori istituzioni cittadine. Gli insegnanti, idealizzati e bistrattati in egual misura, forse però di più la seconda, sono persone che per statuto ormai iniziano e finiscono l’anno scolastico sotto pressione. I motivi sono oggettivi e numerosi: devono trasmettere contenuti disciplinari a livelli ottimali, devono farlo utilizzando le migliori strategie e i migliori strumenti didattici che neanche l’iperuranio dell’IA può contemplare, devono gestire le dinamiche relazionali di una generazione di ragazzi sfidante e turbata, devono riuscire a non dimenticarsi di personalizzare tutto ciò che esce dalla loro bocca in modo da non preoccupare o peggio sconvolgere le infinite fragilità che abitano le aule didattiche. E la lista dei devono potrebbe continuare ancora. L’ansia prestazionale, il suo carico di negatività è un pessimo compagno che ci si può ritrovare al proprio fianco, sia quindi che a scuola ci si vada per studiare che per lavorare. A noi interessa porci domande di rilevanza clinica naturalmente; la nostra non è un’analisi che interroga il funzionamento della nostra società nel complesso, però crediamo fortemente che partire da una riflessione e condivisione del personale, tracci più di qualsiasi altro approccio un tema politico. Domandarsi per esempio, da ragazzi o da adulti: io sto bene quando entro in classe e parlo con i miei studenti o compagni? Mi prendo cura di quella mia parte ferita che mi fa provare emozioni poco dicibili? Cosa sento quando mio figlio mi parla della sua prof. fantastica o terribile e io non capisco quale dei due aggettivi ha appiccicato a me? Perché sono attratto dalla mia prof. di filosofia ma quando mi fa una domanda non riesco a dire nulla anche se mi è tutto chiaro? Non cadiamo nella trappola di cercare risposte con ansia, sarebbe l’ennesimo corto-circuito prestazionale, impariamo invece a farci delle domande, quelle giuste però!